La revisione economica del server è stata sviluppata ispirandosi ai principi
dell’economia moderna e ad alcuni dei modelli analizzati da autorevoli economisti
italiani, tra cui Carlo Cottarelli, Tito Boeri e Marco Leonardi.
L’obiettivo è creare un sistema economico realistico, equilibrato e sostenibile,
in cui produzione, commercio, domanda e offerta, circolazione della moneta e progressione
dei giocatori siano strettamente collegati. Ogni meccanica è stata progettata per
favorire la stabilità del mercato, valorizzare ogni professione e garantire
un’economia dinamica che premi strategia, impegno e collaborazione.
Lavori
Mestieri onesti, per chi vuole costruirsi qualcosa con le mani.
11
I lavori pubblici
Il comune ha sempre qualcosa da far fare, e non chiede referenze a nessuno.
Ti siedi accanto all'impiegata, lei ti guarda appena e ti dice cosa serve oggi: una staccionata da rimettere in piedi, delle casse da portare al magazzino, la strada da scopare, l'acqua da prendere al fiume. Non diventerai ricco, ma quando arrivi in città senza un soldo e senza un mestiere, è da qui che si comincia.
Il cassamortaro
Qualcuno deve pur raccogliere quello che gli altri lasciano per terra.
C'è un mestiere che nessuno racconta al saloon: girare le strade e i sentieri, riconoscere una croce nella polvere, chiudere in una cassa un uomo che non ha più un nome e portarlo dove la terra è morbida. Il carro regge sei bare per volta e le braccia cedono prima della coscienza. Non ci si arricchisce: si tiene pulita la frontiera, un corpo alla volta.
Il libro dei mestieri
Ogni mestiere ha il suo libro, e ogni libro ha una pagina che non hai ancora meritato.
Il banco è pesante, macchiato e pieno di segni. Ci appoggi sopra quello che hai raccolto, sfogli le pagine, scegli. A volte esce quello che volevi; a volte il fuoco ti dice che hai sbagliato dose. Chi lavora al ranch può fare quasi tutto; il cuoco del saloon e lo stalliere hanno invece le loro pagine private, e non le prestano a nessuno.
Il municipio
In ogni paese c'è un uomo con un registro e il potere di darti un mestiere.
Nel municipio di ogni paese c'è una bacheca e un uomo che decide chi ci finisce sopra. Ci si presenta, si lascia il proprio nome, e si aspetta che il sindaco abbia bisogno di qualcuno. Chi viene preso ha un mestiere, un grado e qualcuno a cui rispondere; chi si comporta bene sale, chi combina guai torna sulla bacheca, stavolta dall'altra parte.
Il pozzo
Dove la terra sputa nero, c'è sempre lavoro per chi ha le spalle buone.
Il campo non dorme mai: le pompe battono, i barili rotolano, il caposquadra ti fa cenno di seguirlo. Puoi passare la giornata a spostare legname e barili, oppure controllare che le macchine non scoppino. E poi c'è la cisterna: parti al mattino con il carico e attraversi mezzo mondo per consegnarlo a qualcuno che ti aspetta, e quando torni sei sporco, stanco e pagato.
L'apicoltore
Le api non chiedono granché: acqua, un pò di zucchero e una casa pulita. In cambio fanno l'oro dolce.
È un mestiere di ritorni: bisogna passare, controllare, riempire, spazzare via lo sporco prima che diventi malattia. Se le tratti bene si moltiplicano da sole e riempiono i favi il doppio più in fretta; se le dimentichi per mezza giornata trovi la cassetta vuota. Nei boschi ci sono nidi selvatici da fumigare per farsi una colonia senza comprarla, ma quelle bestie non sono docili.
La dispensa e la fucina
Le casse arrivano chiuse. Qualcuno deve aprirle, pesarle e rimetterle in ordine sugli scaffali.
Nel retro del saloon c'è un tavolo, un registro e la pazienza di chi conta. Depositi quello che hai portato, segni sul quaderno cosa vuoi che ne esca, e torni più tardi. Ad Annesburg invece c'è il fuoco: getti dentro la pietra grezza e ne esce metallo pulito. In entrambi i casi il mestiere è lo stesso: aspettare bene.
La falegnameria
Il bosco non si vende da solo: prima va abbattuto, poi spaccato, poi segato, poi piallato.
Si comincia all'alba con l'ascia sulla spalla e si finisce la sera con le mani piene di schegge. Il tronco diventa ceppo, il ceppo diventa asse, l'asse diventa tavola liscia come uno specchio. E poi c'è la resina, che non si strappa: si aspetta, goccia dopo goccia, come una preghiera. Chi comanda tiene i libri e paga le tasse; chi lavora tiene l'ascia affilata.
La gazzetta
Chi possiede il torchio decide cosa è successo davvero questa settimana.
Una stanza che sa d'inchiostro, una macchina pesante che va alimentata a mano e un uomo che decide quali fatti meritano una colonna. Si raccolgono le voci, si aspetta il dispaccio, si mette in fila la verità con quel poco di comodo che serve a chi paga. Poi si stampa, si esce all'alba con un pacco sotto il braccio e si inchioda un numero a ogni palo della contea. Chi ha un affare da annunciare compra lo spazio; chi ha un nemico da rovinare compra di più. E la settimana dopo si ricomincia, perché la memoria di questa gente dura sette giorni esatti.
La terra e chi la lavora
La terra non mente e non ha fretta: dà esattamente quello che le hai dato, ma con i suoi tempi.
Ti chini sul solco, affondi la vanga e affidi il seme al buio. Poi torni, con il secchio pieno d'acqua di fiume, e aspetti. Passano le ore, la luce gira, e quando torni la pianta è lì che ti aspetta, alta e carica. Nessuno ti darà una medaglia per un campo di achillea, ma la sera avrai le tasche piene e le mani sporche di una sporcizia onesta.
Lo spazzacamino
Sopra i tetti si vede tutta la città, e nessuno ti guarda mai in faccia.
La scala è appoggiata al muro e sa di fuliggine da anni. Sali, ti infili nella canna fumaria e lavori al buio con la scopa. Quando riemergi sei nero come la pece e la città è lì sotto, ordinata e ignara. È un mestiere sporco, breve e ben pagato, e nessuno ti chiede da dove vieni.
Raccolta
La frontiera dà a chi sa cercare: boschi, fiumi, filoni e sentieri.
11
Il banco del macellaio
Dietro il banco il macellaio guarda la pelle, la gira contro luce e decide quanto vale la tua giornata.
Un colpo pulito vale il doppio di un colpo qualsiasi: la bestia si paga per com'è ridotta, non per quanto pesa. Chi caccia bene lo sa e sceglie l'arma prima ancora della preda. Al banco si vende tutto, dalla carcassa intera al pugno di piume, e in città c'è sempre un macellaio disposto a fare l'affare.
Il cercatore di ferraglia
Sotto un palmo di terra c'è tutto quello che qualcuno ha perso, nascosto o sepolto in fretta.
Il rilevatore canta e tu scavi, e quasi sempre tiri su ferraglia da rivendere a peso. Poi, quando non te l'aspetti più, esce un orologio che vale più di una giornata di lavoro onesto. Ma la vera caccia è un'altra: girano monete e statuette che qualcuno colleziona da una vita, e chi riesce a mettere insieme una serie intera non lo fa per i soldi.
Il coltello e la bestia
Ogni bestia che cade lascia tre cose a chi sa dove mettere la lama.
La carne serve a mangiare o a innescare una trappola, la parte si vende al banco e la pelle è quello che fa la differenza. Sulle bestie comuni cambia poco; su quelle che portano il nome di una leggenda cambia tutto, e il cacciatore di pelli le paga come si deve. Una carcassa si scuoia una volta sola: chi arriva secondo trova solo mosche.
Il domatore
Fuori dalle città l'orizzonte si muove: sono criniere, e non hanno padrone.
Bisogna avvicinarsi controvento, scegliere quello giusto nel branco e poi tenere duro finché smette di scalciare. Poi c'è la parte lunga: portarlo in città senza perderlo e senza che qualcuno decida che gli piace più di te. Il mercante paga bene le bestie buone, molto meno un mulo.
Il richiamo delle bestie leggendarie
Certe bestie non si trovano: si chiamano. Ma vengono solo se sai cosa mettere nella trappola, dove metterla e a che ora.
Il cacciatore di pelli tiene un libro con dentro tutti i nomi, e quel libro si paga caro. Chi lo legge sa che l'orso non risponde al mais e che certi animali si muovono solo quando il sole è basso. La pelle di una bestia leggendaria vale quanto un mese di erbe raccolte, ma prima devi sopravvivere all'incontro, e il vecchio non compra le pelli più pregiate a chi non ha ancora fatto abbastanza strada.
L'amo e la pazienza
L'acqua non chiede niente a nessuno: basta un amo, un verme e il tempo di aspettare.
Ogni esca chiama il suo pesce: con le briciole prendi quello che c'è, con le esche da vero pescatore arrivano i pesci che riempiono la sacca. La lotta è breve ma va giocata bene, altrimenti la lenza si spezza e resti lì a guardare i cerchi sull'acqua. È il mestiere di chi non ha fretta e non ha nemici.
L'occhio del guaritore
C'è chi legge la frontiera come un libro di rimedi, e sa che ogni radice ha un nome e un prezzo.
Con l'occhio allenato le piante buone si accendono in mezzo all'erba secca, e più ne studi più lontano riesci a vederle. Alcune si mangiano, altre ti mettono in ginocchio: è l'esperienza a insegnarti la differenza, non l'aspetto. Chi arriva in fondo alla strada riconosce il veleno a colpo d'occhio e coglie senza nemmeno scendere di sella.
La corsa all'oro
Sotto le montagne c'è tutto quello che gli uomini si ammazzano per avere in superficie. Basta scavare.
È un lavoro onesto e per questo è duro: si compra un piccone, si accende la lampada sul cappello e si scende dove la luce non arriva. Ogni colpo ben dato stacca qualcosa dalla roccia, e una volta su cento quel qualcosa brilla davvero. Alla fine della giornata si carica l'asino e si scende a valle, con le spalle a pezzi e la coscienza pulita.
La febbre del setaccio
Basta un piatto di latta e un tratto di fiume: il resto lo decide la fortuna.
Si affonda, si scuote, si guarda. Quasi sempre restano solo sassi, e allora si fa un passo più in là e si ricomincia. Chi ha la pazienza di montare il cavalletto e portarci l'acqua raddoppia le probabilità e ogni tanto tira fuori qualcosa di rosso che vale più dell'oro. Il fiume, però, non si lascia lavorare due volte nello stesso punto: bisogna aspettare che torni a portare qualcosa.
Le tane nel fango
Nel fango tiepido del bayou c'è chi affonda le mani e ne tira fuori la cena.
Non serve fucile né canna, solo pazienza e la voglia di sporcarsi fino al gomito. Le tane sono poche e chi ci è passato prima lascia il buco vuoto per un pezzo, quindi conviene conoscerle tutte e girarle con calma. Chi le lavora bene rientra in città con la borsa piena di roba che il pescivendolo paga volentieri.
Quel che la città butta via
Nei vicoli dietro i saloon, la città lascia cadere quello che non le serve più.
Un tozzo di pane, una bottiglia lasciata a metà, una manciata di carbone. E ogni tanto, se il buon Dio guarda dalla parte giusta, qualcosa che luccica sul fondo. Non è un mestiere e nessuno se ne vanta, ma più d'un uomo ha passato l'inverno grazie ai bidoni di Saint Denis.
Commercio
Chi compra, chi vende e chi ci guadagna in mezzo.
11
I completi già pronti
Non tutti hanno il tempo di farsi prendere le misure: certi completi sono già lì, appesi, che aspettano solo un padrone.
Sul fondo della sartoria c'è una fila di abiti già assemblati: il vestito buono della domenica, la tenuta da viaggio, l'insieme che indossano i signori di città. Li provi interi, con le loro varianti di colore, e in un attimo sei un'altra persona. È la scorciatoia di chi ha fretta di entrare in scena.
Il conto, prego
Chi lavora, presenta il conto. Che poi lo paghi, è un altro discorso.
Il medico che ti ha ricucito, il fabbro che ti ha rimesso in sesto il ferro, l'albergatore che ti ha dato un letto: hanno tutti diritto a chiederti quel che vale il loro tempo. Ti mettono in mano una ricevuta con il nome, la data e la ragione della spesa. Il denaro finisce nella cassa della loro attività, non nella tasca del singolo, e la città ne tiene traccia.
Il magazzino dietro il bancone
Dietro il bancone c'è un secondo magazzino, quello da cui si servono i braccianti, le sartine e i becchini.
Grembiuli da macellaio, corsetti da saloon, scialli da vedova, camicie da notte, fondine di ogni foggia per chi porta più di un ferro addosso. Non sono abiti da vetrina: sono i vestiti veri di chi lavora, e costano poco proprio per questo. È qui che si trova il pezzo che rende un personaggio credibile invece che elegante.
Il mercato generale
Quello che il bottegaio non ti paga abbastanza, forse un altro uomo te lo paga il doppio.
Sotto la tettoia del mercato generale i cartelli si accavallano: qualcuno svende un carico di pelli, qualcun altro mette all'incanto un oggetto che non si trova nei negozi. Puoi appendere il tuo annuncio per pochi giorni o per un mese intero, sapendo che più a lungo lo lasci lì, più il mercato si prende la sua parte. Chi rilancia paga subito; chi viene superato ritrova i suoi soldi, prima o poi.
Il sarto
Il metro da sarto è freddo sulle spalle, ma quello che esce da questa bottega dice a tutta la contea chi credi di essere.
Nella penombra del retrobottega c'è un grosso libro rilegato: lo sfogli e ci trovi cappelli da mandriano, cappotti da predicatore, stivali che sanno di cuoio nuovo e fibbie lucide come una promessa. Ti provi tutto davanti allo specchio, giri su te stesso, cambi idea tre volte. Poi paghi, e quello che hai scelto ti aspetta nel guardaroba ogni volta che torni in città. Quando ti sarai stancato di un cappotto, il sarto te lo ricompra — ma a meno di quanto l'hai pagato, perché così va il commercio.
Il tintore
Il colore di un cappotto è la firma di un uomo: e a farlo tingere come dici tu, il tintore ti pela vivo.
Nel retro della sartoria c'è chi lavora con le tinozze e l'anilina, e sa dare a un capo una sfumatura che nessun altro in tutta la contea ha addosso. Non è un servizio per tutti: costa quanto una piccola fortuna, in dollari sonanti o in oro. Ma quando cammini per la via principale con quel colore lì, tutti sanno che te lo sei potuto permettere.
Il tuo saloon
Non c'è insegna più onesta di quella che porta il tuo nome sopra la porta di un saloon.
Comprarlo costa quanto costa una vita di risparmi, e da quel momento il locale è un peso e un vanto: le botti vanno riempite, i prezzi decisi, i conti tenuti. Gli avventori entrano anche quando tu non ci sei, e lasciano sul bancone quel poco che basta a farti dire che ne è valsa la pena. Ogni tanto passa la legge a dare un'occhiata al retrobottega, e il governo non dimentica mai di mandare la sua cartella.
L'emporio dei traguardi
Ci sono cose che non si comprano con i dollari.
Dietro una porta laterale dell'emporio c'è un banco dove il denaro corrente non vale niente. Si paga con quello che ti sei guadagnato altrove, e sugli scaffali stanno pezzi che non trovi nelle armerie di provincia: un revolver messicano, una doppietta rara, un coltello che qualcuno ha portato da molto lontano. C'è anche uno scaffale più in fondo, e per arrivarci non basta avere di che pagare.
Le banche della frontiera
Il denaro sotto il materasso brucia; quello in banca lavora, o almeno non scappa.
Dietro le grate di ottone un impiegato annota ogni cifra su un registro che non dimentica. Puoi lasciare i tuoi risparmi, chiudere in cassaforte quello che non vuoi addosso, firmare una carta che vale quanto l'oro se chi la riceve si fida di te. E se hai un mestiere onesto e la fedina pulita, la banca può anche anticiparti il capitale, sapendo bene che tornerà indietro con gli interessi.
Le botteghe della frontiera
Ogni paese ha la sua bottega, e ogni bottegaio ha il suo prezzo del giorno.
Dentro trovi pane, whisky, bende e ferramenta; fuori, un uomo con la sacca piena di pesce o di legname trova sempre chi gliela alleggerisce. I prezzi cambiano di settimana in settimana e le scorte finiscono davvero: quel che il paese ha venduto, il paese non ce l'ha più finché qualcuno non gliene porta ancora. A Saint Denis, poi, c'è un banco che compra cose di cui non chiede la provenienza.
Quello che riesci a portarti dietro
La frontiera premia chi sa cosa lasciare indietro.
Una sacca di cuoio, uno zaino da minatore, una cassa che ti occupa entrambe le braccia: più porti, meno corri. E se la posi per riprendere fiato, ricordati che sulla strada passa gente con le mani lunghe, e che quello che abbandoni troppo a lungo non lo ritrovi più.
Abitare
Un tetto, una stalla, un posto che sia tuo.
3
L'accampamento della banda
Pianta una bandiera e quel pezzo di terra diventa vostro. Finché qualcuno non viene a prendersela.
Una banda ha bisogno di un posto dove tornare: un fuoco, un tavolo, un magazzino, qualcuno che monti la guardia. Si porta dentro quello che si trova, si lavora, si vende, e a fine mese si paga quello che si deve, perché anche i fuorilegge hanno un padrone di casa. Ma la notizia che avete un magazzino pieno gira in fretta, e prima o poi arriva qualcuno con un grimaldello e la pazienza di aspettare.
Un tetto che porta il tuo nome
Ogni uomo di frontiera sogna quattro pareti che nessuno possa portargli via.
Dalla baracca di legno affacciata sul fiume alla villa di città con le tende pesanti, qui si compra il diritto di chiudere una porta alle proprie spalle. Ci si mettono i mobili che si vogliono, si scava un nascondiglio per cio che e meglio non mostrare, e si consegna una chiave a chi ci si fida. Ma l'esattore passa ogni settimana, e non è tipo che ami aspettare.
Una stanza per la notte
Poche monete sul bancone e la chiave è tua fino all'alba.
Non tutti possono permettersi una casa, ma quasi tutti possono permettersi una notte al coperto. Un letto, un baule dove lasciare cio che non vuoi addosso, un armadio per cambiarsi d'abito prima di scendere al saloon. Poi il conto scade, e la strada ti riprende.
Trasporti
Distanze da coprire, e qualcuno che ti porta.
7
Il compagno di quattro zampe
Un uomo si giudica da come tratta il suo cavallo.
Nelle stalle della frontiera si sceglie il compagno di una vita: il ronzino da pochi spiccioli che ti porta comunque a casa, o il purosangue che fa voltare la gente in strada. Lo si ferra, lo si addestra alla fatica, gli si insegna qualche vezzo da mostrare in piazza. Invecchiera con te, e un giorno non si alzera più.
Il richiamo dell'acqua
Il fiume non fa domande, e non lascia impronte.
Dalla canoa che si porta a spalla al battello a vapore con la stiva capace di ingoiare un intero carico, l'acqua è la strada di chi preferisce non incontrare pattuglie. Si può pescare in santa pace, traghettare gente da un porto all'altro, oppure accettare quel carico che il tale aspetta all'attracco e non chiedere cosa contiene. A volte all'attracco non c'è solo il compratore.
L'ufficio postale
Il mondo gira perché qualcuno porta le casse da una parte all'altra, e nessuno gli chiede il cognome.
All'ufficio postale c'è sempre qualcosa che deve arrivare da un'altra parte. Carichi, sali a cassetta e parti. Le strade lunghe pagano meglio, ma su quelle strade c'è anche chi aspetta al varco, e allora la scelta è fra la via sicura e la via che vale il doppio. Non ti servono raccomandazioni: ti serve solo un carro e la voglia di guidare.
La ferrovia
Il fischio arriva prima del fumo, e il fumo prima della gente.
Le rotaie tengono insieme il paese: dalle colline di Valentine ai moli di Saint Denis, un biglietto e un giorno intero di viaggi. In città c'è il tram, che fa il suo giro paziente fra i palazzi. Sali, siediti, guarda fuori. E tieni il biglietto a portata di mano: prima o poi qualcuno con la stella te lo chiederà.
La strada di ferro
Il fischio a vapore si sente prima che il treno si veda.
Chi porta il berretto da macchinista possiede una macchina che nessun cavallo può raggiungere. Si spala carbone, si tiene d'occhio la caldaia perché a spingerla troppo si fonde, e si portano casse da una stazione all'altra sotto gli occhi di chi aspetta sul binario. Sui tabelloni, intanto, qualcuno scrive a mano gli orari che nessuno rispettera davvero.
Planare sulla frontiera
Chi ha visto la pianura da lassu non la racconta allo stesso modo.
Un telo teso su un'intelaiatura di legno, un salto nel vuoto e il vento che ti sostiene. Si vira, si scende in picchiata, si sfiora la cima dei pini. Poi il suolo si avvicina e le gambe tornano a fare il loro mestiere. Non è cosa che si trovi in vendita: bisogna che qualcuno te lo metta fra le mani.
Vedere la frontiera dall'alto
Cinque dollari per guardare il mondo come lo guardano i falchi.
Il pallone si gonfia lento, la cesta lascia il prato e in un attimo le mandrie diventano puntini e il fiume una riga d'argento. Mezz'ora di silenzio là sopra, e poi si torna giu. Chi ci prende gusto può comprarsene uno tutto suo, e portare in cielo chi vuole.
Personaggio
Chi sei, come ti presenti, che faccia mostri al mondo.
11
Belletti e cicatrici
Un velo di cipria per il ballo, o una cicatrice che racconti una storia che non hai voglia di raccontare.
Sul tavolino del barbiere ci sono i vasetti e i pennelli: fondotinta, fard, rossetto, il nero per gli occhi che le signore di Saint Denis non ammettono di usare. Accanto, però, c'è anche il resto — le rughe del sole, le lentiggini, i nei, i segni che gli anni e i coltelli lasciano addosso. Costa quasi niente cambiare faccia qui dentro: quello che costa è portarla in giro.
Chi vuoi essere sulla frontiera
Prima del primo passo nel fango di Valentine, c'è uno specchio: e sei tu a decidere che faccia ti guarderà dentro.
Sceglierai da che parte del mondo vieni, il taglio della mascella, il colore degli occhi, le cicatrici che hai già collezionato prima ancora di arrivare qui. Poi darai a quest'uomo o a questa donna un nome, un'età e una storia da raccontare in taverna. Quando la fotografia sarà scattata, la diligenza ti scaricherà a Valentine con addosso quello che ti sei scelto e niente altro. Da lì in avanti, il resto te lo dovrai guadagnare.
Il barbiere
Rasoio affilato, sapone caldo e uno specchio che non mente: mezz'ora sulla poltrona e sei di nuovo un uomo per bene.
Ti siedi, il panno ti copre le spalle, e cominciate a discutere di quanto corto. Capelli, basette, barba, sopracciglia, perfino i denti: c'è chi entra qui dopo tre mesi di montagna e ne esce che la moglie non lo riconosce. Chiedi la pomata, provati il cappello davanti allo specchio, gira la testa a destra e a sinistra finché non sei soddisfatto. Poi paghi — in dollari o in oro, come preferisci — e torni fuori con la faccia che vuoi tu.
Il documento che dice chi sei
Senza un foglio con il tuo nome sopra, in città non sei nessuno.
All'ufficio comunale un impiegato annoiato ti misura, ti chiede il colore degli occhi e ti fa mettere davanti alla macchina fotografica. Poche monete e il tuo nome entra nel registro della contea: da quel momento puoi comprare permessi, votare, farti riconoscere. C'è anche chi, in una casa fuori mano, offre un'altra strada: un nome nuovo, per chi ha buoni motivi per non usare più il proprio. Costa parecchio, e cancellarlo costa ancora di più.
Il registro delle capacità
Il mestiere si impara con le mani, ma certe doti si pagano.
Batti il ferro abbastanza volte e qualcuno finirà per riconoscerti come fabbro; cala nella miniera abbastanza volte e la roccia comincerà a parlarti. Ogni gradino che sali ti frutta qualcosa. Poi ci sono le doti che non si imparano lavorando: la mano ferma davanti al pericolo, la schiena che regge il doppio del carico, la fortuna di non ammalarsi. Quelle si comprano, e costano care in denaro e in tempo.
Il taccuino
Una pagina strappata, due righe a matita, e un chiodo per lasciarla dove qualcuno la troverà.
Non tutto si dice a voce. C'è chi lascia istruzioni sotto una porta, chi appende una minaccia dove sarà letta dalla persona giusta, chi scrive una lettera che non consegnerà mai. I fogli restano dove li metti, ingialliscono, si sfaldano. E se qualcuno non vuole che una certa nota resti al mondo, gli basta un accendino.
Il telefono
Una cornetta appesa al muro, e all'altro capo del filo qualcuno che aspetta.
Il telefono è arrivato in città da poco e non tutti si fidano. Sta nelle stazioni, negli uffici della legge, nei palazzi dell'amministrazione, e per usarlo bisogna pagare: prima per chiamare, poi per ogni minuto in cui si parla. Chi ha fretta parla poco. Chi ha bisogno paga.
Il telegramma
Non serve avere il filo del telegrafo davanti a casa: basta un uccello e qualcuno che sappia scrivere.
Scrivi due righe, leghi il foglio alla zampa, e quello parte. Se hai qualcosa da far avere a qualcuno, puoi infilarci dentro anche qualche dollaro. E se preferisci che nessuno sappia chi ha mandato il messaggio, c'è un altro tipo di foglio, e a portarlo non è un'aquila ma un corvo.
La tinta
Il grigio alle tempie si può nascondere, e c'è chi giura di essere nato biondo.
Il barbiere tiene le boccette in fila sulla mensola: castano, corvino, rame, il biondo che nella luce del tramonto sembra oro. Ci si può schiarire la barba, incupire i capelli, o inventarsi un colore che in natura non esiste e lasciare che la gente si faccia domande. È un ritocco piccolo, che nessuno nota subito e che cambia tutto.
Lavarsi, dormire, e tutto il resto
Anche un fuorilegge, prima o poi, deve togliersi il fango di dosso.
Una vasca calda in una stanza sopra il saloon, un abbeveratoio ghiacciato all'alba, un letto vero dopo settimane di sella. Sono le piccole cose che dividono un uomo da una bestia, e la frontiera ne offre poche. C'è chi le divide con qualcuno, e c'è chi si limita a lavarsi le mani prima di ripartire.
Le fogge che portano gli altri
Certe barbe non le porta nessuno in città: le hanno solo i vecchi cercatori d'oro e i predicatori di passaggio.
Il barbiere tira fuori un secondo album, quello che di solito non mostra: fogge che si vedono addosso ai minatori, ai marinai di Saint Denis, ai contadini delle valli. Un pizzetto da gentiluomo del Sud costa quanto un cappotto, due basette costano quanto un caffè. È il catalogo di chi vuole assomigliare a qualcuno che esiste davvero, non a un figurino.
Svago
Quello che si fa quando il lavoro è finito e la sera è lunga.
24
Botte da orbi
Chi non sa incassare non dovrebbe nemmeno alzare i pugni.
In due angoli dimenticati della frontiera c'è un arbitro che, per pochi dollari, ti mette davanti gente pagata per stenderti. Impari a parare, a schivare, a colpire quando l'altro respira. Poi, se hai fegato, chiami per nome qualcuno che conosci e lo porti dentro il cerchio. La classifica non mente, e in città si sa chi sta in cima.
Chi incontri per strada
La strada è lunga e non tutti quelli che incontri stanno bene.
C'è chi urla da dietro un cespuglio con una pistola puntata alla nuca, chi non ha il fegato di attraversare da solo un tratto di bosco, chi ti ferma per chiederti se per caso hai una benda o un pugno di more. Nessuno ti obbliga a fermarti. Ma la gratitudine della frontiera si misura in monete, e a volte in qualcosa di più raro: il ricordo di essere stato aiutato.
Gira la ruota
Venti a uno. Basta indovinare una volta sola.
In fondo a cinque taverne c'è una ruota di legno inchiodata al muro o piantata sul pavimento. Non serve conoscere le regole: scegli un numero, metti giù quello che hai — monete, o anche solo una bracciata di legna — e aspetti che il cricchetto smetta di parlare. Chi punta basso ci passa una serata. Chi punta il venti ci passa una vita.
I Sette Defunti
Sette uomini morirono senza dire dove avevano nascosto la loro parte. Ma lasciarono degli indizi.
Sette figure di pietra stanno in un luogo dimenticato, e ognuna sussurra il suo enigma. Non indicano nulla: descrivono. Un riflesso, una forma nella roccia, un posto dove l'acqua fa una cosa che altrove non fa. Chi sa leggere il paesaggio, e ha la pazienza di tornarci una seconda volta con l'occhio giusto, può riportare alla luce ciò che il tempo ha tentato di reclamare. Ma le chiavi sono sette e il forziere si apre una volta sola: chi arriva secondo troverà solo terra smossa.
I manifesti
Se hai qualcosa da far sapere a tutta la contea, ti serve solo un chiodo e un palo.
Ricercati, aste, annunci di lavoro, minacce, dichiarazioni d'amore: i pali del telegrafo raccontano quello che la gente non ha il coraggio di dire in faccia. Il foglio resta lì per qualche giorno, poi il vento e la pioggia se lo prendono. Chi passa legge. Chi ha da ridire, strappa.
I volantini
Un martello, quattro chiodi e un foglio: e all'improvviso mezza contea sa quello che vuoi far sapere.
Il volantino si attacca dove ti pare, si guarda da vicino, si legge pagina dopo pagina. Puoi anche metterci il prezzo sopra e venderlo: ci sono uomini disposti a pagare per prendersi il posto che qualcun altro si era conquistato sul muro giusto. E se un annuncio ti dà fastidio, hai sempre un martello.
Il biglietto della fortuna
Un centesimo di carta, e per un istante sei l'uomo più ricco della contea.
Sul bancone di ogni emporio, accanto ai barattoli di fagioli, c'è una pila di biglietti stampati male. Ne compri uno, ci passi sopra l'unghia sporca, e il mondo si ferma. Qualcuno giura di aver tirato fuori un lingotto da uno di quei fogli. La maggior parte tira fuori soltanto una scusa per comprarne un altro.
Il gioco dei coltelli
La lama fra le dita, e trenta secondi per scoprire quanto ti fidi di te stesso.
In cinque saloon c'è un tavolo con un coltello piantato nel legno e due sgabelli uno di fronte all'altro. Non si gioca per soldi: si gioca per la faccia che fa l'altro quando accelera e sbaglia. È il passatempo più vecchio e più stupido della frontiera, e per questo non passa mai di moda.
Il linguaggio del corpo
Sulla frontiera si parla poco: quello che conta lo dicono le spalle, il cappello sollevato, il modo in cui uno cammina entrando nel saloon.
C'è un gesto per quasi tutto: sedersi sul gradino, accendersi una sigaretta, scrivere sul taccuino, suonare la chitarra fuori dalla stalla, applaudire lento a chi ha detto una sciocchezza. E poi c'è il modo di camminare — da pistolero, da novellino, da ubriaco fradicio — che racconta il tuo personaggio prima ancora che apra bocca. Con chi ti sta vicino puoi stringere la mano, abbracciarti, o rifilargli lo schiaffo che si merita.
Il tavolo da poker
Le carte non mentono. Le persone sedute intorno, quelle sì.
Sei tavoli, dal tavolino sbilenco della stazione di Flatneck al feltro del battello. Qui non giochi contro la casa: giochi contro l'uomo che ti sta davanti e che sta cercando di capire perché hai esitato mezzo secondo di troppo. A Tumbleweed il prezzo per sedersi è dieci volte quello di Valentine, e non è un caso: là si va per giocare, non per passare la serata.
Il tavolo dei dadi
Due dadi d'osso e venti secondi per decidere quanto vale la tua serata.
Il croupier del battello non alza mai la voce: la alza il tavolo. Si punta a strati, sopra la linea, dietro la linea, sui numeri duri, e poi tutti trattengono il fiato per il tempo che i dadi impiegano a fermarsi. È il tavolo dove si vince più in fretta di ogni altro posto in città, il che significa anche l'unico dove si può finire senza cappotto prima di mezzanotte.
L'obiettivo
Un lampo di magnesio, mezzo secondo di immobilità, e quel momento resta per sempre.
Porti l'apparecchio a tracolla e inquadri quello che nessuno guarda più: il fumo del treno che entra in stazione, la faccia di un amico sotto il cappello, il fiume al tramonto. Se vuoi un ritratto come si deve pianti il treppiede, ti metti in posa e lasci lavorare la luce. Poi le lastre vanno portate allo studio di Blackwater, dove qualcuno le immerge nei bagni e te le restituisce sviluppate — con un numero inciso sopra, perché una fotografia è un documento, non un ricordo.
La caccia all'assassino
Di notte, dietro un vicolo di Saint Denis, c'è qualcuno che aspetta con un machete in mano.
Non è un uomo qualsiasi: le pallottole gli scivolano addosso oppure il coltello non lo scalfisce, dipende da chi ti tocca. Bisogna capirlo in fretta, perché lui capisce te subito. Quello che ha addosso lo lascia poco lontano, in una sacca che si vede solo se sai guardare.
La discesa sulla neve
Lassu, dove la neve non si scioglie mai, c'è chi scende per il gusto di scendere.
Una slitta di legno, un pendio bianco e il freddo che taglia la faccia. Non ci si guadagna niente e non ci si perde niente: si arriva in fondo ridendo e si risale per rifarlo. Certe cose sulla frontiera si fanno solo perché vale la pena farle.
La fiera di Saint Denis
L'unico posto della città dove si può passare una sera intera senza tirare fuori un dollaro.
Sul prato dietro il porto hanno piantato i baracconi, e la sera si accendono tutti insieme. C'è la giostra dei cavalli di legno, con il fonografo che suona sempre la stessa aria e non si stanca mai. Ci sono i seggiolini appesi alle catene, che girano finché non diventi tutt'uno con l'aria calda che sale dal fiume. E c'è la grande ruota, che sale piano e non ha nessuna fretta di riportarti giù: da lassù Saint Denis sembra quasi un posto tranquillo, il fiume e i tetti e le luci del porto, e per un paio di minuti nessuno ti sta cercando. Non si paga niente, in nessuna delle tre. È l'unica cosa in questa città che non costa niente.
La giostra volante
I piedi non toccano più niente, e per un attimo neanche i pensieri.
Seggiolini appesi a catene di ferro, che girano finché non diventi tutt'uno con l'aria calda che sale dal fiume. Non serve un biglietto e non serve una scusa: ci si siede, si lascia andare la testa all'indietro, e per due minuti Saint Denis diventa una macchia di luci che gira.
La resa dei conti
Venti passi, due uomini, un solo tramonto.
Quando le parole finiscono e le mani cominciano a tremare, non resta che contare i passi e voltarsi. Nessuno tiene il conto per te, nessuno raccoglie la posta: si gioca l'unica cosa che non si può rimettere in tasca. Chi resta in piedi si prende la strada; chi cade impara la pazienza dell'ospedale.
La ruota del tavolo verde
Il numero non lo scegli tu: lo sceglie la ruota, e lei non ha memoria.
Tre tavoli in tre posti diversi, dal panno consumato del saloon di Tumbleweed al feltro pulito del battello di Saint Denis. Prendi le tue fiche di un colore, le spargi sul tappeto come semi, e stai a guardare la pallina litigare con l'ottone. Chi gioca sul rosso o sul nero campa a lungo. Chi punta il numero secco fa una serata sola, ma se la ricorda per anni.
La ruota panoramica
Da lassù Saint Denis sembra quasi un posto tranquillo.
Sale piano, la ruota, e non ha nessuna fretta di riportarti giù. Ci si arriva in quattro alla volta, si guarda il fiume e i tetti e le luci del porto, e per un paio di minuti nessuno ti sta cercando. Non costa niente. È l'unica cosa in questa città che non costa niente.
Le freccette del saloon
Tre freccette, un tabellone di sughero e la faccia di chi ha appena detto una cifra a voce alta.
Il bersaglio te lo porti dietro e lo appendi dove ti pare: una parete di saloon, il fienile, il muro di casa. Poi trovi qualcuno che ci creda quanto te, decidete quanto vale la serata, e si comincia a scendere da centouno verso lo zero. Non c'è banco, non c'è casa che guadagni: c'è solo chi sa mirare e chi dice di saperlo fare.
Le macchine del ponte di poppa
Cinque bocche di ferro e ottone, e tutte hanno fame.
Sul ponte del battello stanno in fila le macchine nuove arrivate dalla California: tiri la leva, tre ruote di ferro girano, e per un istante il fragore degli ingranaggi copre il rumore del fiume. Poi si fermano una alla volta, e la terza si fa aspettare apposta. A volte cadono monete nella vaschetta e mezzo ponte si volta a guardare chi è stato. È il gioco più onesto del battello, perché non c'è nessuno dall'altra parte del tavolo a cui dare la colpa.
Le piccole cose
Un uomo si giudica anche da come tiene la sigaretta.
Accendere una sigaretta al riparo dal vento, aprire l'ombrellino sul lungofiume, tirare fuori l'orologio e far capire che hai fretta, sventolare un ventaglio nel caldo delle paludi. Sono i gesti che riempiono le ore fra un lavoro e l'altro. E poi ci sono i cassetti: nelle case abbandonate, nelle casse dimenticate, qualcuno ha lasciato qualcosa che vale la pena portarsi via.
Quello che non si dice a voce
In pubblico ci si stringe la mano. Il resto è affare di due persone e di una porta chiusa.
Un braccio offerto per attraversare la via infangata, una mano presa sotto il tavolo del saloon mentre gli altri giocano, la testa appoggiata a una spalla sul sedile di una diligenza, una notte in una stanza d'albergo pagata in anticipo. Sono i gesti che trasformano due personaggi in una storia, e su questa frontiera valgono quanto un contratto: nessuno può imporli e nessuno può fingerli. Si chiede, e l'altro decide se rispondere.
Ventuno
Ventuno, non uno di più. Il resto è arroganza.
Quattro tavoli sparsi fra Rhodes, Blackwater, Van Horn e il battello: quattro mazzieri che non dicono mai una parola di troppo. Si gioca per pochi spiccioli, come si è sempre giocato nelle sale sul retro, e non è il denaro a tenerti seduto: è quel momento in cui hai sedici e sai che dovresti fermarti.
Sanità
Ci si ferisce. Qualcuno deve rimettere in piedi la gente.
4
Il corpo chiede la sua parte
La frontiera non ti chiede il permesso: ti chiede da mangiare.
Ogni miglio percorso a piedi ti prosciuga la gola prima ancora dello stomaco, e chi corre paga il doppio. Il freddo delle montagne ti apre l'appetito, il sole del deserto ti secca le labbra, e il fango addosso finisce prima o poi per farti febbre. Chi impara a leggere il proprio corpo campa; gli altri si trascinano stanchi, senza fiato, incapaci persino di tenere ferma una pistola.
Il dottore di frontiera
Dove finisce la pallottola comincia il lavoro del dottore.
Tredici città, tredici ambulatori, e un uomo o una donna con la borsa pronta a ogni ora. Quando un cittadino cade nella polvere, un piccione porta la notizia e qualcuno sella il carro. Sul posto si guarda la ferita, si capisce se è stato un orso, una caduta o il piombo di un vigliacco, e si sceglie il rimedio giusto. Chi non arriva in tempo lo scriverà comunque nel registro.
Il registro dell'ospedale
Ogni ferita, prima o poi, diventa una riga d'inchiostro. E l'inchiostro resta molto più a lungo della cicatrice.
Chi lavora in ospedale non si limita a ricucire: apre il fascicolo, annota la data, il tipo di ferita, quanto sei rimasto disteso e, se hai voglia di dirlo, chi ti ha ridotto così. Quel fascicolo si può riaprire mesi dopo, davanti a uno sceriffo che vuole sapere quante volte sei arrivato in barella con lo stesso buco nella stessa spalla. C'è chi mente al dottore per questo. C'è chi paga perché una riga non venga scritta.
L'acqua e chi la beve
L'acqua è l'unica cosa che la frontiera regala. Il conto lo presenta dopo.
Nei torrenti di montagna si beve a mani giunte senza pensarci; nelle paludi basta un sorso e passi la giornata piegato in due. Chi ha imparato porta con sé di che far bollire e ci mette il tempo che serve, perché l'acqua fatta bollire non solo non fa male: rimette in piedi.
Criminalità
E poi c'è chi la legge la scavalca. A suo rischio.
14
Chi entra dalla finestra
C'è un mendicante che di notte, per pochi spiccioli, ti dice quale porta non è stata chiusa bene.
Si comincia dalle baracche isolate, dove il peggio che può capitarti è un cane che abbaia. Poi, quando la mano si fa sicura, si sale: ranch, ville, dimore con le tende di velluto e i padroni che dormono con il fucile accanto al letto. Ogni cosa che ti carichi in spalla ti rallenta e ti rende riconoscibile, e c'è sempre qualcuno che ti aspetta fuori per comprarla senza fare domande.
Chi scava dove non si dovrebbe
I morti non hanno più bisogno dei loro anelli, e la terra dei cimiteri è più morbida di quella dei campi.
È il mestiere di chi non ha stomaco per le sparatorie ma nemmeno scrupoli. Si arriva col cappello in mano, si finge una preghiera finché il custode guarda altrove, poi si affonda la pala. Non ci sono guardie a sparare: c'è solo la possibilità che un passante ti veda e corra in città a raccontarlo, e allora hai pochi istanti per decidere che uomo sei.
Chiedere la carità
Quando non ti resta niente, ti resta ancora il cappello da tenere in mano.
Ti siedi contro un muro, abbassi lo sguardo e aspetti. Qualcuno passa oltre, qualcuno si ferma e lascia cadere una moneta. Nelle città grasse la gente ha più da dare, ma ha anche più fretta di chiamare uno sceriffo che ti porti via. Più tempo passi per strada, più impari a farti notare senza farti cacciare: è un mestiere anche quello, per quanto nessuno lo chiamerebbe così.
Il baule sepolto
Non c'è banca che tenga i tuoi segreti meglio di un metro di terra e una combinazione che conosci solo tu.
Lontano dalle strade lastricate, dove nessuno passa e nessuno guarda, un uomo può affidare alla terra quello che non vuole avere addosso quando lo fermano. Serve una buona pala, un posto che ti ricordi anche al buio, e la disciplina di non tornarci troppo spesso. Perché la terra mantiene i segreti, ma le abitudini no.
Il carro che non arriva a destinazione
Una diligenza carica parte all'alba e c'è sempre qualcuno, in un vicolo di Saint Denis, che sa da quale strada passerà.
È il mestiere più antico della frontiera: aspettare su una curva, con la polvere in bocca, che arrivi qualcosa che vale più di te. La scorta è numerosa e non si arrende, e finché resta in piedi un solo uomo il carro non si apre. Ma se il piano regge, in un quarto d'ora sei di nuovo in sella con le tasche pesanti e nessuno che sappia dove sei diretto.
Il ferro che passa a mezzanotte
Ogni notte una locomotiva attraversa la frontiera carica di roba che non appartiene a nessuno che tu conosca.
Le voci si comprano, come tutto il resto. C'è chi sa quando passa il ferro e cosa porta nella pancia, e per qualche dollaro te lo dice. Poi resta la parte difficile: fermare un mostro di acciaio in corsa e tenere testa a chi lo scorta, che spara bene e non smette di arrivare. Chi sopravvive si divide il carico all'alba, lontano dai binari.
Il mercato che non ha insegna
Ogni città ha un angolo dove la merce cambia proprietario senza che nessuno chieda ricevuta.
Non è un negozio e non ha un'insegna: è un modo di camminare, un cenno del capo al passante giusto, una mano che si apre appena per mostrare quello che porta. La gente compra volentieri e paga poco, perché sa benissimo cosa sta comprando. E qualcuno, ogni tanto, appena volti l'angolo va a raccontarlo allo sceriffo.
L'assalto agli sportelli
Dietro lo sportello di quercia lucida dorme il denaro di mezza contea, e la quercia non è poi così spessa.
C'è chi passa la vita a rincorrere il vello d'oro e chi decide di prenderselo dove qualcun altro l'ha già ammucchiato. Serve mano ferma, un compagno di cui fidarsi e la certezza di avere una strada aperta per uscire: le guardie armate arrivano in fretta e non fanno domande. Chi ce la fa esce con un sacco pesante e la necessità urgente di trovare qualcuno che non chieda da dove viene. Chi non ce la fa resta steso sul marmo dell'atrio.
La baracca dietro la collina
Da qualche parte, lontano dalle strade battute, esce fumo da una baracca a tutte le ore. E nessuno ci sta cucinando il pranzo.
È un mestiere che chiede pazienza prima di coraggio: raccogliere, far fermentare, aspettare, distillare, e solo alla fine mettersi in strada a piazzare le bottiglie. Chi compra beve volentieri, ma uno su due è pronto a raccontarlo allo sceriffo appena giri l'angolo. E la baracca stessa non è mai davvero al sicuro: c'è sempre qualche altro contrabbandiere che pensa che il tuo magazzino starebbe meglio nel suo.
La notte in cui si spensero le luci
Basta poco, alla centrale, perché mezza contea resti al buio. Quello che succede dopo dipende solo da te.
È un lavoro da mani ferme, non da grilletti facili: la corrente non perdona la fretta e chi ci mette le dita senza precauzioni non racconta com'è andata. Ma quando il buio cala, la città diventa cieca e certe pareti eleganti restano senza sorveglianza. Poi comincia la parte più lenta, e la più pericolosa: trovare l'uomo che quel genere di roba lo compra davvero, e arrivarci prima che qualcuno faccia due più due.
Le tasche dei morti
I morti non hanno più bisogno di quello che portano addosso.
Chi cade sulla strada lascia dietro di sé qualche spicciolo, una borraccia, una manciata di cartucce. Non è una fortuna, e non farà di te un uomo ricco: è il piccolo tributo che la frontiera paga a chi ha lo stomaco di chinarsi e frugare. C'è chi lo fa per necessità, chi per abitudine, chi non lo fa affatto.
Le voci che corrono sui fili
Ogni parola che attraversa la contea passa per un filo di rame, e il rame non sa tenere un segreto.
Serve un palo isolato, una scatola di attrezzi e la disponibilità a prendersi una scossa che ti lascia le mani tremanti per un'ora. Quello che senti non vale un dollaro: vale molto di più, se sai a chi interessa. Ma attenzione a dove metti le mani, perché il legno del palo è vecchio e la corrente non fa distinzioni tra curiosi e ladri.
Lo stantuffo e la miccia
C'è un uomo, in fondo al deserto, che vende scatole che è meglio non far cadere.
La dinamite non ha padroni e non fa distinzioni: apre le rocce come apre le casseforti, e apre allo stesso modo chi la maneggia male. Si posa dove serve, si srotola il filo fino a un riparo, si abbassa la leva. Poi c'è un istante di silenzio in cui capisci se ti sei allontanato abbastanza.
Quello che aspetta sotto la strada
Un avvertimento si può ignorare. Una manciata di terra smossa, no.
Ci sono uomini che, invece di mettere una sentinella davanti al proprio accampamento, mettono qualcosa sotto il sentiero che ci porta. Non fa domande, non si stanca, non si addormenta e non cambia idea: aspetta, giorni interi, chiunque passi. Il mestiere sta tutto nello scegliere il punto, e la maledizione sta nel ricordarselo: la terra non distingue fra un nemico, un mandriano di passaggio e il compagno che torna a controllare se è ancora lì.
Dicerie
Quello che segue non lo conferma nessuno. Sono storie che si raccontano la sera, quando il fuoco è basso e la bottiglia è bassa uguale, e che ogni tanto qualcuno sostiene di aver visto con i propri occhi. Prendetele per quello che sono.
2
La sete
C'è chi giura di aver visto, la notte, uomini che non proiettavano ombra.
Si racconta di una boccetta scura che cambia per sempre chi la beve. Da quel momento il sole diventa un nemico e la notte una casa; il collo di uno sconosciuto diventa una tentazione e ogni morso rende un pò meno umani e un pò più forti. La legge non capisce cosa sta succedendo, ma ha imparato a riconoscere i segni, e quando li vede accorre. Non tutti quelli che entrano in questa storia ne escono.
Vestire un'altra pelle
C'è chi giura di aver visto un uomo entrare nel bosco e un lupo uscirne.
Non è una cosa che si racconta al saloon: certe sere qualcuno prende le sembianze di un altro, o di una bestia, e cammina per la frontiera con occhi che non sono i suoi. Serve per le storie che qualcuno, da qualche parte, si prende la briga di mettere in scena: le apparizioni, i forestieri di passaggio, le facce che non tornano. Poi si torna come si era, e nessuno fa domande.
Giustizia
C'è una legge, e c'è chi la fa rispettare.
11
Carta bollata e firma in calce
Una firma in fondo a un foglio pesa più di una pistola, se è la firma giusta.
C'è un mestiere che si fa seduti: stendere atti. Il municipio registra vendite, debiti, matrimoni e separazioni; lo sceriffo concede il diritto di portare un'arma; il marshal firma i mandati che aprono le porte. Chiunque, poi, può mettere per iscritto quello che ha visto o denunciare quello che ha subito. Il documento resta, si mostra, si consegna, e a volte vale più di dieci testimoni.
I permessi in regola
Un foglio timbrato che dice al mondo che quello che fai lo fai in regola.
All'anagrafe si comprano i permessi: quello per calare il piccone nelle miniere, quello per cacciare, quello per domare cavalli. Costano poco e durano pochi giorni, poi vanno rinnovati come si rinnova ogni cosa da queste parti. Averli in tasca non ti rende più ricco: ti rende semplicemente qualcuno a cui non si può rimproverare nulla.
I ricercati del Governo
Il Governo paga per i nomi che non vuole più leggere sui giornali.
Ogni tanto sulla bacheca compare una faccia nuova: un capobanda asserragliato tra le rocce, un disgraziato da riportare vivo, qualcuno da ritrovare in fondo a un vicolo. Alcuni contratti si chiudono con due parole e un pò di fiuto. Altri finiscono con te da solo davanti a mezza dozzina di fucili puntati. Il foglio non ti dice mai quale dei due ti è capitato in mano finché non arrivi sul posto.
Il foglio dei ricercati
Un foglio inchiodato al legno, una faccia stampata sopra e una cifra scritta a mano.
Le bacheche delle stazioni raccontano chi ha smesso di essere un cittadino. Chi porta la stella ci appende un nome e ci mette di tasca propria la ricompensa; chi ha stomaco e cavallo se lo stacca e parte. Il foglio non dice dove si nasconde il ricercato, dice soltanto dove qualcuno giura di averlo visto passare. Il resto è fiuto, pazienza e la volontà di riportarlo indietro respirando.
Il registro dei precedenti
Tutto quello che hai fatto è scritto da qualche parte, con la data e il nome di chi te l'ha contestato.
Dietro il banco degli archivi ci sono i faldoni: nomi, numeri di documento, accuse vecchie e nuove. Un agente può aprirli, aggiungere una riga, fissare una multa e decidere quante ore passerai sull'isola. Un dossier non si cancella facendo finta di niente: serve qualcuno con abbastanza galloni per strappare quel foglio. Ed è proprio quel foglio che, appena firmato, manda una barca a prenderti.
Il seggio elettorale
Tre facce su un manifesto e una scatola di legno in cui infilare la propria opinione.
Ogni tanto aprono il seggio e la città si divide. C'è chi promette ordine con la mano ferma, chi promette lavoro e affari, chi promette protezione a chi gli sta vicino. Si vota una volta sola, e il tuo nome sul registro della contea è quello che ti dà diritto a farlo. C'è anche chi si presenta con un documento che non è proprio suo: succede, e nessuno dietro il banchetto guarda troppo da vicino.
L'isola da cui non si torna
A Sisika non ci si arriva a cavallo. Ci si arriva in barca, con i ceppi alle caviglie.
Ti sbarcano su un'isola di pietra e ti mettono in fila con altri disgraziati, quattro fucili puntati alla schiena. Da lì in poi il tempo lo compri con la fatica: chi lavora nei campi, in cucina o davanti alla fornace vede la sua pena accorciarsi, chi alza le mani se la vede allungare. Nel cortile, all'ora d'aria, si impara che dentro esiste un altro mercato: qualcuno ha nascosto un coltello, qualcuno conosce le guardie, qualcuno ha visto una barca. Uscire dalla porta principale è la via lenta. L'altra costa cara e finisce spesso in fondo al fiume.
La forca
In quattro città c'è un palco che il pubblico conosce bene.
La legge della frontiera finisce sempre nello stesso posto: una corda, una botola e una leva. Non è rapido come nei racconti, e nei secondi che seguono c'è ancora spazio per un amico con un coltello e le mani ferme. A Saint Denis hanno provato qualcosa di più moderno, con la corrente, e non è andata meglio per nessuno.
La stella che si mostra
Non serve gridare chi sei: basta aprire la giacca.
La stella si porta addosso e si mostra quando serve. Il metallo racconta la carriera meglio di qualunque presentazione: c'è chi ne ha una di bronzo appena consegnata e chi ne porta una d'oro consumata dagli anni. Chi ti sta davanti la vede, e da quel momento sa esattamente con chi ha a che fare.
La stella sul petto
Una stella di latta, un cavallo e tutta la contea da tenere a bada.
Timbri il turno all'ufficio, prendi le manette e la tua parte di piombo, e poi la strada è tua. Chi porta la stella decide chi passa la notte in una brandina e chi la passa in gattabuia. Non è un mestiere che si fa da soli: senza un collega alle spalle, un arresto in mezzo al nulla è solo un'occasione per farsi sparare. Chi sale di grado apre l'armeria buona, i carri corazzati e il diritto di firmare i registri.
Le strade non sono sicure
Certe curve della strada hanno una brutta fama, e non a torto.
Ci sono passaggi obbligati dove qualcuno ha imparato che vale la pena aspettare. Non sempre succede: molte volte passi e non vedi nessuno. Ma quando succede te ne accorgi subito, dal primo colpo che ti fischia vicino. A quel punto hai due possibilità, e nessuna delle due ti farà guadagnare un centesimo: restare e sparare, oppure dare di sprone e non voltarti.
Luoghi
La contea non è quella dei libri. Qui sono state rimesse in piedi città intere, riaperte case abbandonate, tirate su borgate dove prima c'era solo erba. Questi sono i posti che esistono soltanto qui.
12
Armadillo e Annesburg
Due paesi tenuti in vita da due cose diverse: la polvere e il carbone.
Armadillo si è ripresa dalla malattia e sta ancora in piedi sulla sua strada di sabbia. Annesburg vive sotto, nelle gallerie, e sopra si vede solo il nero che ne esce. Nessuno dei due è un bel posto. Entrambi hanno lavoro.
Blackwater
L'ultima città prima che la legge cominci a diventare un'opinione.
Ricostruita pezzo per pezzo, con la sua chiesa e il crinale del mulino a guardare l'acqua. Da qui in poi le strade si fanno più larghe e le domande più rare.
Case e posti sparsi
La contea è piena di tetti che non compaiono su nessuna mappa.
Fattorie e casolari disseminati ovunque, le case degli operai dei pozzi, una scuola, una casa sull'albero e una scavata nella collina. Poi Nordheim, Ratsfork, Wapiti e Colter rimesse in piedi, la ferrovia che le lega, e due cantine di cui è meglio non dire l'ingresso.
Emerald Ranch e dintorni
Dove i cavalli valgono più degli uomini, e giustamente.
Il ranch con la casa padronale, e poco più in là l'ippodromo: ostacoli, corse e un allibratore che tiene il registro delle scommesse. È il posto dove si scopre se quel cavallo che hai pagato caro vale davvero.
Guarma
Un'isola dove il caldo non passa mai e le navi arrivano di rado.
Canna da zucchero, rovine spagnole e una guarnigione che ha smesso di contare i giorni. Ci si arriva per caso o perché qualcuno ha deciso così, e ripartire è più complicato che sbarcare.
Il Messico
Oltre il fiume la legge parla un'altra lingua, e spesso non parla affatto.
Chuparosa ed Escalera con le case basse e bianche, il forte nell'oasi, la prigione, il presidio militare. C'è una piantagione di tabacco, una distilleria, un porto e un ponte che è l'unico modo per tornare indietro in fretta. Torquemada guarda tutto dall'alto.
Rhodes
Il cotone è finito, i modi da signori no.
Caliga Hall sta ancora in fondo al viale, con le colonne bianche e la memoria di quello che c'era prima. In paese il medico riceve, e le carovane si fermano quel tanto che basta a far girare voce.
Saint Denis
In città il fango te lo lavi dalle scarpe, ma non dalle mani.
Un tribunale dove le cose si decidono con la carta invece che col piombo, un teatro che apre la sera, un gioielliere che pesa quello che gli porti senza chiedere dove l'hai preso. C'è il quartiere italiano, la cattedrale grande abbastanza da contenere i peccati del porto, il becchino che lavora più di quanto vorrebbe. E un battello ormeggiato che di notte cambia mestiere, e un posto in fondo a una via cieca dove ci si spacca la faccia per denaro.
Sisika e Thieves Landing
Due indirizzi che nessuno scrive nelle lettere a casa.
Sisika è un penitenziario su un'isola, e l'acqua intorno serve più delle sbarre. Thieves Landing è quello che resta quando un porto smette di fingere: baracche, moli marci e una nave pirata all'ancora che non va da nessuna parte.
Strawberry
Odore di resina, e di pane appena fatto.
Il paese di montagna rifatto da capo, con la panetteria che apre quando è ancora buio. Si vive di legname e di quiete, e le due cose vanno d'accordo.
Valentine
Il paese dove tutti passano e qualcuno resta.
La via principale rifatta da capo, il legno ancora chiaro sulle facciate, le case sopra le botteghe. È il primo posto in cui la maggior parte della gente mette piede, e per molti resta l'unico che chiama casa.
Van Horn
Un porto dove non arriva più niente di buono.
Rimesso in piedi ma non ripulito: è il genere di posto dove nessuno ti chiede il cognome. Fuori città, su un'altura, c'è una villa di cui in paese si preferisce non parlare.